Vincenzo Novari, A.D. di H3G, risponde a Celli: “Giulio, resta in Italia”

di Andrea Trapani

Nelle settimane scorse aveva fatto molto discutere la lunga lettera al proprio figlio che Pier Luigi Celli aveva condiviso sulle pagine del quotidiano la Repubblica.

Vincenzo Novari

Vincenzo Novari

Oggi arriva, se vogliamo, una “replica” a quella lettera da parte di Vincenzo Novari. Arriva via Facebook e attraverso la stessa 3 Italia, di cui Novari è amministratore delegato.

La lettera del 30 novembre trova, nella missiva a Giulio, un’altra chiave di lettura della situazione economica e sociale italiana. Il dibattito ora è sicuramente aperto.

La lettera che pubblichiamo è stata pubblicata da Vincenzo Novari, CEO 3 Italia, sul proprio profilo Facebook.

Questo il testo integrale.

Vincenzo Novari: “Lettera a Giulio”

Giulio, figlio mio,
l’altro giorno mi hai telefonato alle 8 di sera per dirmi quanto ti angosciasse la verifica di greco della mattina dopo. Venivi da una settimana nera per te, in cerca come sei di un difficile equilibrio tra i genitori separati, gli amici e l’amore in conflitto, lo studio e lo sport ormai inconciliabili.

Forse per la prima volta, a diciott’anni, tutto ti è sembrato troppo pesante per le tue spalle. Mi hai detto che non stavi bene, che avevi provato a studiare tutto il pomeriggio, ma senza riuscirci. Avevi il mal di testa e il cuore nero. “Papà, domani non vado – hai concluso – non voglio giocarmi mesi di studio solo perchè la verifica arriva in un momento no. La recupererò la settimana prossima quando il momento buio sarà passato e finalmente mi potrò concentrare sullo studio”.

Ti ho risposto di no. Ti ho detto che quando scappi la prima volta, nella vita, prima o poi ce ne sarà sicuramente una seconda. E poi una terza. Dopo un po’, diventa il tuo modo di vivere. Dopo, non è mai colpa tua. Dopo, c’è sempre un buon motivo per scappare, una persona con cui è meglio non confrontarsi, un appuntamento importante al quale non presentarsi.

Ti ho detto che mancavano ancora quattro ore alla mezzanotte. Quattro ore per provare a fare del tuo meglio. Anche se non avevi fame, ti ho suggerito di prendere un pezzo di cioccolato, un po’ di pane e di metterli vicino a Senofonte. E di stringere i denti. “Fa’ quello che puoi – ho insistito – e domattina vai alla tua verifica a testa alta. Non importerà il voto. Se sarà un 5, lo festeggeremo perchè sarà un 5 che avrai preso senza darti per vinto. Ti sarà costato fatica e dolore, ma sarà il piu’ bel 5 della tua vita, molto meglio di un qualsiasi 8 preso la settimana successiva. Ma se prenderai un 6 o un 7, quello sarà il piu’ bel voto della tua vita.Te lo sarai guadagnato contro ogni pronostico e te ne ricorderai per sempre”.

Questa volta mi hai ascoltato.

La mattina ero in riunione quando è arrivato il tuo messaggio. La stanza era piena di colleghi alle prese, insieme a me, con l’ennesima emergenza aziendale di quella che sembra una storia infinita. Non ce l’ho fatta ad aspettare. L’ho aperto e l’ho letto.

C’era scritto: “Ho preso 7 e mezzo. Incredibile. Grazie. Senza di te non ce l’avrei mai fatta”. Mi sono emozionato.

La mattina dopo ho letto su un giornale la lettera che un ex collega (ci eravamo incrociati per poche settimane in Omnitel, io Direttore Marketing, lui Direttore del Personale) aveva scritto a suo figlio. Adesso questo ex-collega, dopo una carriera importante, guida un’Università (finanziata coi soldi degli imprenditori italiani e quindi anche con i miei) che dovrebbe formare i giovani dirigenti dell’Italia di domani.

Vedi, Giulio, in questa lettera c’era scritto esattamente l’opposto di quello che ti avevo detto poche ore prima.

Diceva a suo figlio di andarsene dall’Italia. Diceva che per un giovane di talento non vale più la pena di lavorare nel nostro paese. Che la mediocrità, il clientelismo, la rissa istituzionalizzata come unico strumento di confronto, l’impunità sono ormai l’unica legge e che le regole del gioco sono ormai talmente alterate che non vale nemmeno più la pena di provarci.

Tu sai quanto io ami il nostro Paese. Continuo ad emozionarmi ogni volta che per lavoro o per piacere lo attraverso da nord a sud. Però continuo ad incazzarmi ogni volta che vedo il suo potenziale sprecato. Continuo a discutere, spesso ad accapigliarmi con Ministri, burocrati e Presidenti vari (quasi tutti a Roma si fanno chiamare cosi…).

Continuo a non capire perchè la nostra struttura pubblica sia al tempo stesso così ipertrofica e così assente, perchè i meccanismi legislativi siano così ridondanti e perchè ogni volta che si parla con i sindacati italiani sembra che l’istinto di autoconservazione dell’apparato prevalga sempre sull’interesse dei lavoratori. Continuo a non capire perchè le nostre televisioni siano invase da pessimi esempi per voi giovani e nascondano in maniera quasi scientifica quanto di più bello produce il nostro paese…

Sono tante le cose che mi mandano in bestia, almeno tante quante quelle che fanno arrabbiare il mio ex-collega, ma nonostante tutto continuo a lottare ogni giorno, proprio perchè del mio Paese vedo i difetti, che non sono pochi e non sono piccoli.

Fra non molto toccherà a te, ai tuoi amici, a raccogliere il testimone. Le sfide che vi attendono sono enormi, ma forse non più grandi di quelle che hanno affrontato i vostri nonni, che ereditarono un Paese distrutto dalla guerra, diviso, penalizzato da un’alfabetizzazione incompiuta e ancora alle prese con un’identità nazionale incerta.

Certo, le esperienze all’estero sono importanti nel mondo globalizzato e integrato di oggi: come fai a competere con inglesi, francesi, tedeschi, ma anche cinesi, indiani e arabi, se non sai come ragionano? Loro vengono da decenni a casa nostra per carpire i segreti di un modello che ha punte di eccellenza riconosciute ovunque, meno che da noi.

A te, Giulio, ai tuoi compagni della generazione del ’90, dico che il vostro futuro è qui, nel vostro Paese. A te, Giulio, dico che se non siete orgogliosi del vostro Paese, anche quando avete legittimi motivi per criticarlo, è difficile essere orgogliosi di voi stessi. La sfida è rimanere per cambiarlo, questo Paese, dove serve, col tempo che ci vuole fosse anche un sempre. Ci sarà tanto da fare, figlio mio, e tocca a voi. Noi, in effetti, ci meritiamo un bel 5.

Ti abbraccio,
papà.

E’ possibile commentare la lettera, paragonandola a quella di Celli, nel nostro forum nella discussione “Italia sì, Italia no”, Novari e Celli.

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